LUCIANO ZUCCACCIA Photography

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Press

QUANTA ACQUA SOTTO I PONTI...
(ULISSE MAGAZINE copia omaggio ALITALIA APRILE 2006)

 

Luciano Zuccaccia “scende a fiume” e scatta, nel formato quadrato, una serie di immagini all’Isonzo che nel suo primo tratto, poiché nasce in Slovenia, si chiama Soca.
Non cerca inquadrature particolari, fotografa il fiume da luoghi consueti, facili da raggiungere, alla portata di tutti. Poi, quando compare una costruzione, un ponte, poiché dalle immagini non emergono “fatiche”, anch’esso è assorbito nell’inquadratura in quella placidità, serenamente  movimentata  dalla diagonalità dei ponti e delle paratìe, che c’è in molta fotografia di paesaggio degli anni ’40 e ’50  del secolo appena trascorso (Roberto Salbitani).
Il bianco nero, a cui sempre rende poco merito la stampa tipografica, è impeccabile e aiuta la densità della natura.
Quiete, lentezza, queste immagini restituiscono nella loro normalità l’idea del passaggio del tempo, di uno sguardo sempre uguale da generazioni che si posa sul fiume, dei pescatori, dei rari passanti sul greto, di chi va a godere un giorno di sole. Il “tempo” del tempo, viene scandito dall’acqua che passa, qualche volta bloccata dallo scatto breve o mossa da quello lungo, accartocciata in slarghi melmosi o potente sotto ponti possenti. Le cadenzate costruzioni sul fiume - i segni dell’uomo - i ponti, così esposti nelle immagini forniscono un abaco, e manifestano la volontà di una descrizione analitica e documentativa del luogo; rispondono al desiderio di dare ad ogni componente di quella porzione di paesaggio, egual misura ed egual peso. Anche compositivamente l’inquadratura è calibrata secondo questi criteri: tanto al cielo, tanto alla terra, tanto all’acqua, tanto alle sponde. Eppure questi ponti sottendono altri significati: il ponte, si sa, non è soltanto un attraversamento fisico, è simbolo anche di un passaggio temporale, o della congiunzione tra due mondi opposti, separati. Come il ponte di Mostar essi possono essere straordinari sensori di eventi: per sapere storie, basta sedersi ai suoi bordi e aspettare (Paolo Rumiz), quanti sguardi e sospiri trasporta un ponte? E l’acqua….il fiume, quante storie trascina con sé, quanti orrori e quanta vita. Dal piccolo rivolo al mare, il fiume dividendo, separando, scavando, modella lo spazio e crea nuove immagini, distribuisce ricchezza e pure a suo modo unisce in uno spazio temporale lento ed inesorabile. Così queste immagini di Luciano, mostrando alla prima occhiata l’apparenza della “normalità”, alla seconda ci restituiscono un po’ di pathos che il fiume e il ponte guerreggiando generano.

Silvia Massotti

L’ISONZO  DI  LUCIANO  ZUCCACCIA
(Quaderno n° 19, Edizioni  Archivio Fotografico Toscano - Prato 2003)

 

Il fiume collega, il fiume separa. In sé non ha confini, anzi il suo essere corso d’acqua è la negazione stessa dell’idea di confine e per questo può essere visto oggi come metafora assoluta del “naturale” : elemento che congiunge terre diverse e culture lontane indifferente alle divisioni dei governi e dei poteri secondo i parametri della geopolitica. Ecco che riprendere fotograficamente un fiume può significare oggi  - nell’era delle minacce all’ambiente - il modo più coerente ed immediato per radiografare lo stato di salute del paesaggio naturale nel suo complesso ed il grado di aggressione alla natura degli insediamenti industriali ed urbani, anche se evidentemente (e non è cosa di poco conto, purtroppo) gli alogenuri d’argento non sanno rendere visibili gli agenti inquinanti. Cosa che sembra riesca bene ai licheni.
Ma  il fiume è anche una palestra per la ricerca dei migliori points-de-vue rispetto ad un soggetto da riprendere. Accedere alla riva di un  fiume è spesso un rompicapo e l’Isonzo non è da meno in questo senso. Bisogna sapersela guadagnare la postazione e come uno paga dazio per imbrigliare un cavallo selvaggio così spesso per arrivare a specchiarti sulle  acque di un fiume devi infrangere un piccolo tabù, con le dovute conseguenze.

Cerco di riassumere in alcune notazioni le mie impressioni sulla “pesca fotografica” realizzata da Luciano Zuccaccia sull’Isonzo.
Primo : Luciano è fotografo concreto, va sul sicuro. E’ immune da stravaganti diluizioni  (come lo è anche però un po’ dalla  ricerca di luoghi e situazioni particolari fuori dai terreni battuti). C’è aria di ottocento, o meglio, per essere più precisi visto il formato che usa, nelle sue fotografie c’è un po’ di quella placidità, serenamente  movimentata  dalla diagonalità dei ponti e delle paratìe, che c’è in molta fotografia di paesaggio degli anni ’40 e ’50  del secolo appena trascorso.
Luciano dev’essersi detto : dato che sto solo attraversando il Friuli-Venezia Giulia ( risiede a Montefiascone, nel Lazio), e visto che ho poco tempo per trarre una conoscenza approfondita dei luoghi, io l’Isonzo lo colgo da dove lo vedo, da dove mi si presenta nella immediatezza di alcuni spostamenti. Non lo vado a scovare ma lo fotografo da quei punti in cui la visione quotidiana di tanti lo incrocia.
Il documentarista classico si comporta in modo analogo quando deve riprendere qualcosa in un periodo prestabilito e limitato. Si mette al servizio del suo “oggetto” aderendo ad una convenzione rappresentativa che richiede il minimo di investimento del proprio io fantastico ed umorale.

Succede che l’aderenza  al concetto mentale, generico, di “fiume”, deve coordinarsi con il momento percettivo e con la ricerca del  point-de-vue  più indicato per produrre quell’inquadratura che ci prefiguriamo buona. L’esecuzione di un’immagine è solo l’ultimo atto di un impasto di impressioni e reazioni iniziato molto tempo prima. Nelle stanze cerebrali comunicanti con i nostri occhi si deposita a poco a poco, nel corso del tempo, in mezzo a tanto ben di dio che nutre le nostre più diverse facoltà, il liquido seminale delle fotografie a venire. Un condensato di immagini viste, digerite, di pagine di libri, di fotogrammi di film, di fantasie disparate, e poi un paciugo di pensieri, di intenzioni e di immagini ancora irrealizzate ; grossolane nei contorni, ancora da filtrare, e  in attesa di una scelta risolutrice. Che avverrà in seguito ad un incontro, ad un evento che farà da innesco a quelle energie  in libera espansione. La pressione deflagra, finalmente, è vero, al momento dello scatto  (eccolo tornato) ma a quel punto l’autore potrebbe anche andarsene e chiamare una scimmia a dirigere la partitura finale.

Ritornando a Zuccaccia, ora, intravediamo nel vano retrostante al suo sguardo attuale quel “melting pot” che è il suo tirocinio culturale ed esperenziale e che ha reso necessario tutto un sistema di filtrature affinchè si arrivasse ad una capacità di sintesi, alla condensazione visuale dei più disparati elementi costitutivi del paesaggio. E qui, sul modo di riprendere il paesaggio, interviene la seconda notazione. Il suo Isonzo è un modello equilibrato di paesaggio in cui quasi sempre il  fiume (o il suo letto asciutto) occupa la parte bassa e mediana fino alla congiunzione (orizzonte) con il cielo. C’è una “giusta” estensione di aria sopra quest’orizzonte ( il cielo occupa grossomodo un terzo della superficie dell’immagine) : quel tanto che serve a dare una sensazione di spazio ma senza troppo prevaricare sugli elementi più pesanti sottostanti, e cioè le colonie di sassi nel letto asciutto o i macigni quando in Slovenia, dove nasce e viene chiamato Soca, il fiume ha carattere torrentizio. Sassi e macigni sono l’anima geologica ma anche fotografica dell’Isonzo come di tanti altri fiumi friulani. Dicevo di un giusto equilibrio dell’inquadratura perché l’Isonzo in realtà sembra una via di mezzo tra un fiume chiuso  dalle montagne e un corso d’acqua  che conquista a valle distese sempre più ampie ( come nel caso eclatante del Tagliamento). Se si fosse voluto sottolineare  proprio quest’ampiezza di spazi  immagino che l’orizzonte avrebbe dovuto essere posto più in basso (dico in linea generale, naturalmente).
Contemporaneamente è evidente che sono gli attraversamenti (ponti, passerelle, dossi sassosi nel letto del fiume) a costruire  lo schema compositivo : movimentano gli spazi tagliandoli, ma così facendo un po’ li addomesticano.
Il fiume richiama qui  il disegno forte della viabilità necessaria all’uomo per poterlo attraversare.
Ormai ci è chiaro che Zuccaccia, fotografo architetto che utilizza l’ apparecchio  fotografico per le sue capacità di misurazione delle presenze e delle trasformazioni dell’ambiente, è in qualche modo lui stesso un ponte sospeso tra natura ed opere d’ingegneria, tra città e campagna, tra il passato e la modernità.

Terza notazione, conseguente a quelle precedenti. Nella gran parte delle fotografie il formato quadrato  e le modalità di organizzazione dello spazio da questo derivante influenzano una specifica economia di elementi, nel senso che tutti contribuiscono ma nessuno veramente predomina. Tutto viene come riportato al centro, enucleato in volumi simmetrici, regolari, che rimandano ad una mente raziocinante votata a porre ordine. L’analitica descrizione documentativa  viene ad obbedire ad un modello rappresentativo superiore, sospeso tra razionalità e astrazione geometrica. Nelle sue fotografie tutti gli elementi  inglobati dal fiume al suo interno, tanto quanto quelli al suo limitare, fanno sentire la loro voce  come in un coro ordinato. In definitiva  il fiume è un’entità non separabile dal paesaggio circostante : ha il suo corso come altri organismi hanno il loro, ma tutti convogliano nella grande articolazione che è il paesaggio, che non è poi altro che la parte emersa del grande iceberg che è il cosmo.

Roberto Salbitani
SCORPI IL VERDE CHE E' IN TE
(rivista Reflex - marzo 2002)
 

... questa pubblicazione curata dal fotografo Luciano Zuccaccia, ha, senza dubbio, colto nel segno. In un elegante bianco e nero, stampato in modo davvero impeccabile, Zuccaccia ci accompagna dentro questo Orto Botanico e ci fa scoprire un mondo... perfetto.
Non a caso il volume è sponsorizzato non solo dall'Università degli Studi della Tuscia, ma anche da Centro Interdipartimentale dell'Orto Botanico.

Marco Bastianelli

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