LUCIANO ZUCCACCIA Photography

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Prefazione di "Un libro per i fotografi"

Amo i libri fotografici, li osservo e mi danno la sensazione di toccare  qualcosa che ti lega  al progetto ed al pensiero del fotografo. Il mio è un rapporto molto intimo con quest’ insieme di carta così confezionata che ci  trasmette , più o  meno in accordo con le intenzioni dell’autore,  la sua  idea visiva. Negli anni l’ esperienza maturata attraverso l’osservazione  di molti libri fotografici  mi ha portato a pormi delle domande , non solo sulla fotografia che è e rimane il fine ultimo del nostro parlare,  ma più precisamente circa la funzione del libro fotografico. Mi è capitato più volte volte  di leggere e di  ascoltare dei dibattiti sulla fotografia, ma  raramente si è  parlato delle dinamiche  legate alla realizzazione  del libro fotografico. Non potevo certo  essere io la persona più indicata a  parlare con cognizione di quest’argomento , così ho pensato di chiederlo ad alcuni fotografi  che, per impegno e  produzione editoriale,  potessero aiutarmi  e aiutare tutti quelli che credono nel libro fotografico  a capirci  qualcosa in più.
All’inizio di quest’avventura mi sono chiesto come procedere  e la mia scelta è quasi automaticamente caduta su quei fotografi che da sempre mi hanno impressionato  per il modo con  cui hanno realizzato le loro pubblicazioni  e  per come si sono proposti al pubblico.
Partendo da ciò li ho intervistati affinché  mi parlassero  del loro  rapporto con i libri fotografici, sia quelli che loro stessi hanno realizzato,  sia quelli fatti da altri fotografi  dandomi delle risposte  a volte sorprendenti, impensabili, ma  comunque utili.
Le risposte sono arrivate abbondanti, generose. In molti casi hanno aperto il cassetto  dei ricordi e ci hanno parlato  dei loro progetti , di come sono maturati nel tempo, e delle difficoltà nel sostenerli.

Penso che si parli poco e male  di quello che è , e potrebbe essere, la fotografia attuale.
Occorre parlare meno di questioni  futili legate ad argomenti tanto cari  alle riviste di settore e più di argomenti legati al libro fotografico e tutto ciò che è dietro la sua realizzazione. Penso che sia molto più utile leggere dei  testi che svelino  l'approccio di un artista verso il progetto: quali convincimenti,valori, interessi, e letture  di tutte  quelle persone che hanno dedicato la loro vita alla fotografia.
L’esperienza di immaginare e portare al suo compimento un libro fotografico è una avventura unica, è un condensato di molteplici fattori, spesso legati alla cultura del fotografo ma anche a qualcosa di strettamente personale, intimo. Ciò che ci ha mosso non è stata una curiosità morbosa per il  privato dell’autore, bensì la voglia di capire e di imparare.
Se è vero che i fotografi parlano per immagini  è anche vero che spesso possiedono una grande capacità comunicativa  e che  riescono  a leggere i cambiamenti  del mondo. Questi fotografi lo hanno fatto con interesse e partecipazione ed  il merito per la realizzazione di questa  pubblicazione  è tutto loro.
Certo in taluni casi mi sarei aspettato un pizzico in più di riflessione circa i mali che affliggono l’editoria  e le mille difficoltà che si incontrano quando si vuole pubblicare, soprattutto da parte di chi non ha ancora conquistato una grande notorietà.

Questa mia voglia di conoscere e capire qualcosa di più del libro fotografico, e di conseguenza sull’apparato produttivo su cui si canalizza il lavoro di tanti fotografi, aveva bisogno di interfacciarsi con qualcuno che aveva già affrontato il problema e  che fosse in questo senso un testimone credibile. Per me è  stato quasi naturale avviare il progetto con Roberto Salbitani : sarà stato per la sua disponibilità, la sua freschezza nell’ affrontare nuove avventure, ma penso che soprattutto sia stato  perché condividiamo molte idee e nelle nostre chiacchierate la parola libro fotografico si è spesso ripetuta, non tanto quanto bramosia di pubblicare, piuttosto come spunto su cui riflettere. Mi sento in questo contesto di dedicargli un pensiero che già gli trasmisi in uno dei nostri primi incontri, “Roberto è stato un peccato che in tutti questi anni tu ti sia troppo isolato  dal mondo della fotografia, penso che hai molto da dare e per tutti quelli che amano la fotografia la tua assenza si è avvertita.  Abbiamo bisogno di gente che propone ed incoraggi  dei dibattiti sul libro fotografico , vogliamo discutere  dei molti perché che stanno attorno a quest’argomento”.

“Un libro per i fotografi” mi fa pensare che i libri fotografici sono troppo spesso “solo” dei libri per i fotografi, questo perché costano cari, perché sono troppo lontani dalle aspettative dei giovani, e perché a volte sono quasi a “tiratura limitata”  che, di fatto ,  ne limita la diffusione.
Tutto questo lavoro mi ha confermato quanto un libro fotografico sia insostituibile contenitore di una “storia” per immagini e come sfida messa in campo dal pensiero e dall’abilità visuale dell’autore.

Oggi occorre riflettere  seriamente sullo stato di salute del libro fotografico, sulla sua effettiva forza quale  strumento di conoscenza e di diffusione delle opere – tra loro spesso così diverse in quanto a concepimento, struttura e finalità- dei fotografi. E questo perché tutti assistiamo al moltiplicarsi accelerato di altre forme di comunicazione. Se riusciremo a porci dei seri interrogativi sulle specifiche caratteristiche che questo veicolo ha sempre avuto e su eventuali nuovi requisiti che esso dovrebbe incorporare per sostenere le sfide del nostro tempo, sono sicuro che  riusciremo trovare delle risposte per contribuire a farlo sopravvivere.
Riuscirà la carta a trasmetterci ancora in futuro quelle sensazioni ed emozioni straordinarie che tutti noi abbiamo sempre conosciuto?
La sfida è aperta: a noi il compito di difendere il libro fotografico.

Luciano Zuccaccia

Esplorazioni lungo il fiume Tevere

Camminare lungo il fiume e cercare di entrare in relazione con esso. E’ un esercizio che consiglio per avvicinarsi all’ambiente fluviale e capire come si va modificando il territorio intorno al fiume.
Per me passeggiare lungo il Tevere, con la mia camera e l’inseparabile cavalletto, è motivo di scoperta e di riflessione; questo perché sono stato sempre attratto dal territorio e mi accorgo che fotografo per capire. L’esercizio del fotografare si evolve attraverso l’osservazione insistita sugli elementi distribuiti nello spazio e l’azione dell’uomo intorno a loro. L’atto del fotografare è per me un'azione che mi aiuta a riflettere e ad elaborare dei pensieri. Credo che non sia per tutti uguale ma per quanto mi riguarda  posso dire che esistono due fasi in questo esercizio visivo.
La prima è quella dell’esplorazione dei luoghi, dell’azione libera, del gesto impulsivo, una fase in cui mi piace inquadrare la scena attraverso la fotocamera e circoscrivere uno spazio che in quel momento riesce a trasmettermi degli impulsi che mi attraggono emotivamente ed entrano nel mio progetto. Sarà però nella seconda fase quando, davanti ai provini, osserverò le immagini su carta che dovrò essere più riflessivo e trovare la giusta misura per operare dei tagli e concentrare la mia attenzione solo per quelle immagini che saranno in grado di rappresentare il mio pensiero. Perché questa è la fotografia, scrivere con la luce, comporre, raccontare con le immagini. Non più immagini singole, forse anche esteticamente accattivanti, ma un unico corpo di fotografie che, viste singolarmente, potrebbero anche non dire nulla ma che, secondo la mia visione, forse saranno in grado di trasmettere il mio pensiero e magari riuscire ad emozionare.

Luciano Zuccaccia

Un risultato moltiplicato
(Declinazioni teatrali - Roma 2003)

All’inizio di questo progetto di un Laboratorio di immagini per il Teatro di Roma, mi sono chiesto cosa può voler dire far parte di un tale gruppo di lavoro in un periodo in cui i giovani fotografi, quelli che devono ancora capire dove vogliono andare, si interessano più dei pixel  che della carta da stampa. Le risposte sono venute da sole ad ogni incontro che avevamo con i partecipanti e le loro immagini, specchio del loro essere.
E’ stato proprio attraverso le fotografie prodotte dai partecipanti al laboratorio che ho avuto modo di capire che, proprio un lavoro di gruppo con un fine quale quello di produrre delle immagini utili per un impegno tangibile, come il teatro, ha imposto una maggiore concentrazione e di conseguenza la produzione di un gran numero di immagini da selezionare.
Nella mia esperienza di insegnante di corsi di fotografia ho avuto modo di evidenziare delle difficoltà degli allievi nel trovare degli argomenti validi da fotografare, una certa cecità verso il mondo circostante. Ed era forse questa la preoccupazione maggiore del nostro laboratorio nel non saper raggiungere una coralità nelle immagini unitamente ad un buon livello qualitativo.
Tutto questo era anche nelle previsioni poiché in un laboratorio vi   sono diversi livelli di preparazione , diversi modi di interpretare un lavoro fotografico .
E’ stato grazie ad un ripetuto lavoro di analisi  delle immagini  che si andavano man mano a produrre che si rinnovava lo stimolo a ricercare quei volti, quei paesaggi che hanno contraddistinto tutta l’opera pasoliniana.
Anche la scelta del bianco e nero quale mezzo espressivo ha fatto si che vi fosse una maggiore uniformità nelle immagini ed attraverso una tonalità comune non si venissero a creare delle differenze tecniche dovute all’uso di varie attrezzature o differenti sviluppi di negativi.
Ricordo lo sguardo dubbioso di Buscarino che, non conoscendo le capacità fotografiche di molti dei partecipanti al laboratorio, era piuttosto incerto dell’esito finale  dell’intero lavoro. La mia infinita voglia di fare ha cercato di rassicurarlo, supportato dall’aver visto in molti un reale interesse per il progetto, una voglia di migliorare il proprio bagaglio tecnico-culturale, e forse di concretizzare una fotografia troppo spesso solo “ parlata”.
Per alcuni non abituati a lavorare per una committenza che esige lavori in tempi ristretti e di buon livello , è stato difficile capire sin da subito alcuni meccanismi ed in questo senso l’esperienza di Buscarino e la sua capacità comunicativa è stata per tutti noi uno strumento fondamentale.
Siamo stati invitati a dare qualcosa di nostro allo spettacolo ed invece, come spesso succede, abbiamo ricevuto sia dai suggerimenti di Buscarino sia dal commentare le immagini di  tutti, l’uso di determinati obiettivi, il modo di  inquadrare per finire alla pura tecnica fotografica.
La fotografia  è  un fatto personale tra il fotografo, il suo modo di vedere, e l’oggetto fotografato, in questo caso lo è stato di meno e siamo riusciti a produrre un vero lavoro di squadra.
Anch’io all’inizio non sapevo bene come muovermi e come impostare il lavoro fotografico  ma una volta dentro il progetto si è delineata una linea comune fatta di immagini di  gente comune, dei luoghi  della campagna romana, della vita di tutti i giorni, di chi non ha avuto le stesse possibilità.
In ultimo volevo dire grazie al Teatro di Roma per aver creduto in noi e a tutti i partecipanti del laboratorio che con passione hanno dimostrato le infinite possibilità espressive  che offre la fotografia.

Luciano Zuccaccia


 

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